Genova tra l’8 e il 9 Ottobre 2014 è stata colpita da grandi piogge che hanno provocato lo straripamento del Bisagno e di molti torrenti del territorio urbano con pericolosi smottamenti e gravi inondazioni in molte parti della città, colpendo, esercizi commerciali, fabbriche, uffici e abitazioni. Ma l’alluvione che ha colpito la nostra città non è solo dovuta alla enorme quantità d’acqua che si è riversata sui quartieri cittadini, ma è anche figlia di una errata gestione del territorio urbano e vede coinvolte un po’ tutte le ultime amministrazioni che si sono succedute al potere in Comune. L’eccezionalità della forza con cui le piogge si sono abbattute sulla città e su tutta la provincia genovese, provocando ingenti danni, non giustifica le mancanze di una gestione territoriale che, sebbene scarsa di risorse economiche, che il governo centrale ha, negli ultimi anni, smesso di elargire agli enti locali, non ha saputo indirizzare correttamente le poche risorse a disposizione per la messa in sicurezza di un territorio che, già con l’alluvione del 2011, aveva dimostrato di essere lasciato abbandonato a sé stesso e privo di un piano di sicurezza adeguato. Quelle poche risorse sono state invece destinate ad altri fini più consoni al mantenimento dello status quo politico dominante. Si è preferito sino ad oggi destinare fondi, risorse e sinergie per l?alta Velocità o per una gronda di dubbia necessità, con grave disagio per gli abitanti attraversati e coinvolti da queste opere e una bassa e insignificante ricaduta occupazionale, piuttosto che mettere realmente in sicurezza un territorio difficile che ha costante bisogno di essere monitorato, salvaguardato, che è figlio anch’esso di decenni di selvaggio saccheggio edilizio e privato. Un piano di messa in sicurezza del territorio genovese, a tutt’oggi assente nell’agenda politica degli attuali amministratori, che potrebbe avere altrettanti se non maggiori sbocchi occupazionali rispetto alla costruzione di una gronda autostradale. La cementificazione selvaggia delle colline a ridosso di Genova, realizzatasi negli anni ’70 e ’80, è in parte una delle cause della trasformazione in fiumi di molte strade collinari e causa principale di molti allagamenti. La stessa manutenzione del letto del fiume Bisagno, che attraversa l’est genovese (come quella del fiume Polcevera a Ovest) è una delle priorità pesantemente disattesa anche dall’attuale Giunta Di Marco Doria e ciò la dice lunga sulle false priorità che spesso si dà l’attuale casta politica, sia essa di centrodestra che di centrosinistra, che hanno gestito, spesso di comune accordo, Genova, negli ultimi 30 anni. Noi pensiamo che certi fenomeni climatici, che sembrano anch’essi probabilmente effetti di una politica planetaria energetica di rapina e saccheggio da parte delle potenze imperialiste mondiali, potrebbero essere limitati, arginati e i danni contenuti se, almeno negli ultimi 15 o 20 anni, si fosse dato avvio ad un serio programma di messa in sicurezza del territorio urbano e provinciale, cosa che nessuno ha mai fatto a Genova e che ora, purtroppo, la comunità tutta ne paga le amare conseguenze di questa mala politica. Qui di seguito proponiamo un articolo di un membro della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, pubblicato su il Manifesto di Martedì 14 Ottobre 2014, che descrive bene quello che è avvenuto e che portiamo all’attenzione dei nostri pochi lettori. In questo breve articolo il lettore può rendersi conto della grave situazione che stanno vivendo i genovesi in questi drammatici giorni, a cui va tutta la nostra solidarietà militante e civile.
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Meticciato zeneize contro la cementificazione
— Domenico Megu Chionetti*, 13.10.2014 “Il Manifesto”
Sulla strada. I letti dei torrenti genovesi, negli ultimi 100 anni sono stati considerati ottime zone edificabili per dare vita a speculazioni edilizie
Insieme alla ciurma di volontari di Music For Peace, compagni di strada rientrati da Gaza, dopo oltre un mese di missione nei territori occupati, siamo scesi per le strade di Genova.
Alle 10, nella mattinata che rappresenta l’ennesimo day after dell’alluvione genovese, siamo soli in una via adiacente la stazione metropolitana di Brin-Certosa, nel ponente cittadino. La solitudine però dura poco più di un ora: abitanti, studenti e negozianti riempiono in fretta la via, saremo un centinaio e all’ ora di pranzo, con una ruspa in appoggio, abbiamo rimosso tutto il fango. Il viaggio è continuato, tra le varie zone di Genova spostando pale, cuffe e carriole.
Ma non contano le organizzazioni, le associazioni, le istituzioni; contano solo le persone che come una comunità agiscono in piena sintonia eliminando ogni differenza. Ultras, cittadini abbienti e meno abbienti, giocatori di serie A , migranti (tanti!) studenti, anziani, il popolo di una città globale che fa fatica a riconoscersi ancora come tale, ma che si incontra nelle vie nuovamente infangate e alluvionate di una citta fragilissima. Perché queste cose, ormai lo sappiamo, succedono ciclicamente. I letti dei torrenti negli ultimi 100 anni venivano considerati ottime zone edificabili nelle speculazioni edilizie, preziose e rare zone pianeggianti: ci si costruiva sopra a scapito di ogni rischio.
Costruendo argini, nel caso del Bisagno, riducendo il letto originario a quasi un quarto dell’originale. Se questo schema viene applicato a tutti i torrenti e ad ogni rio la devastazione territoriale è compiuta e i risultati sono visibili a tutti. La natura si riprende i propri spazi, l’acqua esonda. Decenni di cementificazione selvaggia non si possono cambiare in pochi anni. Sei alluvioni negli ultimi 4 anni in Liguria. Ora però quello che si può fare è cambiare indirizzo a queste politiche. Il Sindaco di Genova, Marco Doria, non può essere l’unico responsabile di eventi catastroficamente ciclici, di antiche e più recenti responsabilità, dopo due anni e mezzo di governo della città, .
Ma il Sindaco ora è investito,in tutti i sensi, di grande responsabilità politica, insieme a tutti gli amministratori e a quelli che hanno a cuore la cura del territorio. Da un momento di crisi come questo, capace di generare anche una grande attenzione pubblica, si può determinare una rottura governativa o una nuova ripartenza. La catena di allerta e informazione alla popolazione va migliorata, tutti devono essere coinvolti, in modo più efficiente: le istituzioni pubbliche e quelle di rilevazione scientifica, non ultimi i media locali protagonisti oltre che del dibattito cittadino, di una capillare rete informativa e dunque di un eccellente servizio pubblico (con i social media — Twitter su tutti — a naturale supporto). Non vogliamo più sentire rimbalzare le «non-comunicazioni» come responsabilità.
Ci sono poi delle cose pratiche che la cittadinanza si aspetta: annullare ogni tassa comunale alle attività e ai privati colpiti. Quelle attività produttive e quelle abitazioni che sono gravemente a rischio devono essere ricollocate in sicurezza. Nessuno ha la presunzione di pensare che si debbano esodare decine di migliaia di genovesi, ma alcune ricollocazioni sono urgenti e possibili. La pulizia dei torrenti, rivi e caditoie deve essere una priorità, come la messa in sicurezza del Bisagno. Oggi non è nemmeno all’ordine del giorno delle agende amministrative. Infine le grandi opere: come possiamo pensare di spendere 6 miliardi di euro per un tratto autostradale da Genova Voltri a Genova Bolzaneto, o forare le montagne per il terzo valico? Queste opere vanno fermate; vanno invitati anche i favorevoli, a ragionare sull’impatto idrogeologico di queste opere. A questo va aggiunta la quantità ingenti di denaro, non i pochi milioni dello sblocca Italia che sbloccano i miliardi delle grandi opere.
Il capo della protezione civile Gabrielli ha detto la verità: a Genova lo Stato non c’è, non c’era nelle strade, non c’è nelle politiche di indirizzo. Genova ancora una volta ha messo a nudo il paese, con immagini nitide la cui attenzione non può essere spostata o edulcorata da Slide, opinionisti televisivi o dei grandi media, telegiornali, Twitter o annunci «pronto subito!». Mentre scriviamo il prefetto ordina la chiusura delle scuole in tutto il Comune di Genova anche oggi martedi 14 ottobre. Come altri giorni, in città soffia un anomalo vento caldo di scirocco e si vive una sorta di coprifuoco d’attesa. E noi genovesi, rimaniamo qui, «con quella faccia un po’ così».
*Comunità San Benedetto al Porto